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Ordinamento sportivo ed ordinamento statale: la lotta al doping

Da alcuni anni sotto la lente d'ingrandimento dell'ordinamento sportivo e dell'ordinamento statale troviamo il fenomeno del doping.
Il doping comporta un anomalo potenziamento delle qualità psico-fisiche dell'atleta, oscurando i valori che costituiscono la base dello sport, come la lealtà, la correttezza, la sana competizione, ed anteponendo ad essi il miraggio di un facile successo.
L'aspetto più rilevante del ricorso a sostanze e metodi vietati, però, riguarda le gravissime conseguenze sulla salute: esso, infatti, può comportare dipendenza psicologica, cardiopatie, embolie, aumento dell'incidenza di tumori ed altre patologie.

dopingAlcuni tipi di doping sono utilizzati prima della gara per aumentare la massa muscolare e la forza fisica utile nella preparazione, altri, invece, durante la gara per ridurre la fatica o l'ansia oppure stimolare il sistema nervoso centrale o per aumentare la resistenza fisica; altri, infine, sono usati successivamente alla competizione per riacquistare in breve tempo le energie.
Tra i più utilizzati vi sono, ad esempio, gli steroidi anabolizzanti, l'anfetamina e i betabloccanti.
Il fenomeno ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica e provocato interventi sia a livello statale sia internazionale.

Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale, ente sovranazionale che sovrintende allo svolgimento delle Olimpiadi composto dagli Stati in cui esiste un Comitato Olimpico Nazionale; www.olympic.org), a seguito degli episodi avvenuti durante le Olimpiadi di Seoul nel 1988, adottò severe sanzioni e la Carta Olimpica Internazionale contro il doping nello sport, prevedendo, annualmente, l'elaborazione di un documento con l'elenco delle sostanze e dei metodi vietati.

Il 16 novembre 1989 fu altresì stipulata a Strasburgo la Convenzione Antidoping del Consiglio d'Europa cui seguì l'introduzione nel nostro ordinamento di una disciplina organica in materia.
Gli Stati contraenti, quindi, devono adottare misure idonee per contrastare la disponibilità e l'uso di doping, vigilare sull'applicazione effettiva della regolamentazione antidoping e contribuire al finanziamento dei controlli e delle analisi. Inoltre, essi si sono impegnati ad elaborare, insieme alle organizzazioni sportive, campagne educative e di informazione che pongono in rilievo i rischi per la salute e la violazione dei valori sportivi.

Nel 1999 fu costituita a Losanna la WADA (Agenzia Mondiale antidoping), massima autorità di riferimento nella lotta contro questo fenomeno, che interviene per migliorare i test antidoping e incentivare la ricerca, stilando anche un elenco di sostanze e metodi proibiti.
Al fine di armonizzare l'applicazione dei programmi antidoping, l'Agenzia mondiale antidoping ha adottato nel 2003 il Codice Mondiale Antidoping, cui è seguita, nel 2005, l'adozione da parte della III Conferenza generale UNESCO della Convenzione internazionale contro il doping nello sport.

Il legislatore italiano, con la legge 401 del 1989 (e successive integrazioni, anche del 2014) ha introdotto il reato di "frode in competizione sportiva" e parte della dottrina ha ritenuto che il doping potesse rientrare fra i mezzi fraudolenti in quanto volto al raggiungimento di un risultato diverso da quello che l'atleta avrebbe conseguito gareggiando lealmente.

Successivamente, con la legge n. 376 del 2000 sulla "Tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping", il nostro legislatore ha posto l'accento sulla tutela della salute affermando che l'attività sportiva è diretta alla promozione della salute individuale e collettiva e deve essere informata al rispetto dei principi etici e dei valori educativi richiamati dalla Convenzione Antidoping di Strasburgo.

Le sanzioni penali, all'art.9, puniscono, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, "chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l'utilizzo di farmaci o sostanze biologicamente o farmacologicamente attive" o "chi adotta o si sottopone a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche e idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti o dirette a modificare i risultati dei controlli".

Il reato è aggravato se dal fatto deriva un danno per la salute, se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne, o se è commesso da un componente o dipendente del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) ovvero di una Federazione sportiva, di una società, di un'associazione o di un ente riconosciuto dal CONI.

I farmaci, le pratiche mediche e le sostanze biologicamente e farmacologicamente attive costituenti doping, sono ripartite in classi, nel rispetto delle disposizioni della Convenzione di Strasburgo e delle indicazioni del CIO. Le classi sono approvate con decreto del Ministro della Sanità, d'intesa con il Ministro per i beni e le attività culturali su proposta della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive, istituita presso il Ministero della Sanità e sono oggetto di revisione periodica.

Bisogna evidenziare, d'altro canto, come la lotta al fenomeno del doping debba essere promossa in primo luogo dall'ordinamento sportivo (ordinamento giuridico esprimente interessi settoriali e autonomo, ma non autosufficiente in quanto necessariamente in rapporto di collegamento con l'ordinamento statale, esprimente interessi collettivi).

Nel 2005 è stato introdotto il Regolamento antidoping del CONI (www.coni.it) che ha istituito l'Ufficio di Procura antidoping, a cui è attribuita l'attività ispettiva al fine di accertare i responsabili delle infrazioni (non solo gli atleti, ma anche altri soggetti come tecnici, medici sportivi, dirigenti di società).
All'art.1 delle Norme sportive antidoping del CONI, si intende per doping il verificarsi di una o più delle seguenti violazioni: la presenza di una sostanza vietata nel campione biologico dell'atleta, il suo uso o tentato uso, la mancata presentazione o il rifiuto degli atleti, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici e la mancata presentazione di informazioni utili sulla loro reperibilità; la manomissione o tentata manomissione di una qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso, il traffico di sostanze vietate o metodi proibiti e la somministrazione o tentata somministrazione di esse o altrimenti fornire assistenza, incoraggiamento e aiuto, istigare, dissimulare o assicurare ogni altro tipo di complicità.
Le sanzioni possono essere individuali (art.4) o rivolte alle squadre nelle quali più di due membri abbiano commesso una violazione (art.9). Nel primo caso sono previste l'invalidazione dei risultati e la squalifica, nel secondo una sanzione adeguata (come la perdita di punti o la squalifica da una competizione o da un evento) da aggiungersi alle eventuali sanzioni inflitte al singolo atleta.
È previsto, però, che l'atleta che abbia la necessità, certificata e documentata dal medico, di curare stati patologici, possa richiedere l'esenzione a fini terapeutici prima della gara, cioè l'autorizzazione ad utilizzare a scopi terapeutici sostanze o metodi inclusi nella lista delle sostanze e dei metodi proibiti.

Purtroppo, nonostante gli interventi nella lotta contro il doping, gli episodi di atleti risultati positivi ai controlli antidoping, hanno dimostrato quanto il fenomeno sia diffuso e preoccupante e meriti una costante attenzione.

Ilenia D'Angelo